lunedì 23 maggio 2011

IL PRIMO ASSAGGIO


Facce serie, concentrazione, papille iperricettive.
Troppo sale? Troppo zucchero? Troppo limone? O troppo poco?

Nell'attimo di quella foto qualcuno era sotto esame. Qualcuno esponeva il frutto del suo lavoro, del suo impastare, del suo dosare gli ingredienti. E del suo aggiungere un tocco segreto.
Stesso succede a me oggi sottoponendovi il primo assaggio da Brillante laureato offresi. E come ogni inizio che si rispetti, non potevo che scegliere un estratto dal primo capitolo, intitolato non a caso "Il giorno dei giorni".


Signore e signori, è un pomeriggio di primavera soleggiato e nemmeno i palazzi fanno ombra. Prendete posto: benvenuti alla mia laurea.

(...) Arrivammo a destinazione, ci demmo un’aggiustata e c’incamminammo verso la sede, che per la prima volta dopo innumerevoli racconti la mia famiglia giungeva a vedere in tutta l’imponenza e la modernità. All’ingresso incontrai parecchi compagni d’avventura, intrattenendomi tra i gesti di scaramanzia, i complimenti ricevuti per l’eleganza e la bonaria invidia di chi incagliato su qualche esame ancora aveva delle prove da superare prima di trovarsi al mio posto, nel giorno dei giorni coi parenti emozionati al seguito e la tesi rilegata sottobraccio.

Nell’atrio l’atmosfera era già un’altra: dai sorrisi di fuori passai in una manciata di centimetri al misto di tensione ed eccitazione da condividere coi nomi sulla mia stessa lista. Vestiti da giorni importanti, rumore di tacchi, ancora sorrisi, saluti e buoni auspici da parte di chi nel giro di poco non sarebbe stato più il mio collega o il mio docente, bensì un ex-collega o un ex-docente nella mia nuova e tanto faticosamente conquistata vita da laureato.
I giorni sui treni umidi, nel traffico, sui libri. I giorni d’impegno per esami ardui da superare, i giorni di peripezie per far combaciare lo studio con qualche lavoro e ben più sogni. I giorni di tensione sin dal preambolo, quando dalla graduatoria basata sui voti dell’esame di maturità ero risultato escluso, per poi essere ripescato dopo un’estate col groppo in gola. Assieme ai giorni migliori erano tutti parte di un mosaico servito a portarmi a quel giorno, lì a pochi lunghi passi dall’aula magna e da una commissione di personalità più e meno rassicuranti pronte ad accogliere, ascoltare, giudicare.

L’attesa, la convocazione per l’ingresso, di nuovo un’attesa e il momento. Il mio momento.
Semestri di gestazione, l’abbraccio finale col passato che scivolava via fino alle mie mani che si disgiungevano dalle sue; il futuro che si apriva e chiamava alla massima concentrazione, perché è il parto il momento in cui la vita è più a rischio.
Infine il compimento dell’atto, con applausi attorno, mani da stringere, foto da scattare, abbracci, congratulazioni, lacrime altrui da contenere e uno spumante a suggellare.
Diciotto aprile, ore diciotto e quindici: nacque un dottore.

Lasciate che vi giri in bocca. Rileggetelo. Immedesimatevi.
Ma come comincia il secondo capitolo proprio non ve lo immaginate. Quello sarà il mio tocco segreto.

   

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