giovedì 26 maggio 2011

RISPONDO A FERRARA


Un amico mi ha segnalato questo articolo su Il Foglio, quotidiano diretto da Giuliano Ferrara.
L'articolo, ad opera di Marina Valensise, a mio parere vale la pena sia discusso, anche perchè ultimamente vi sono parecchi giornalisti che danno adito a questo tipo di argomentazioni.
Se ne parla, quindi parliamone. Io rispondo da qui, l'invito è aperto anche a voi.


Il titolo chiede "A cosa serve essere laureati?". Risposta secca: in Italia, oggi, a poter fare domanda per un posto di lavoro.
Non solo, già, lo so. Ma a dover scegliere una e una sola risposta, questa è la mia.
In seguito, però, si passa a sciorinare 3 cognomi illustri come Gates, Jobs e Zuckerberg, sventolando la bandiera del "non sono laureati". Come a dire che, in fondo, all'università ci vanno solo dei mediocri da mantenere tali.
Nossignore. L'università può cambiare in meglio la vita di una persona, se la si fa bene e se è fatta bene. E qui salta fuori un punto cardine su cui mi preme far luce: Brillante laureato offresi non è un libro contro l'università.
In quanto ai nominati, Gates e Jobs sono entrambi classe 1955. Un'altra generazione, non vale nemmeno la pena discutere. Zuckerberg invece, paradossalmente, proprio all'università deve tutto: niente Harvard, niente Facebook.

Pressapochismo di Valensise a parte, c'è da essere stufi di sentirsi propinare concetti tipo "non serve l'università per essere geni". L'università non plasma fenomeni come uccellini dal fango Nostro Signore. L'acqua calda, Marina, l'acqua calda. Nemmeno Jim Carrey in "Una settimana da Dio" ebbe cotante pretese.
Qui parliamo di 3 casi eccezionali: come si può anche solo minimamente tentare di porli a metro di paragone universale?
E allora parliamo anche delle showgirl da "mi abbuffo di dolci e non ingrasso mai", di Ronaldo che palleggiava con le arance e di Gebreselassie che correva scalzo in Etiopia. Alimentazione regolare, palloni, scarpe: cazzo ce ne facciamo?

A questo punto, lo confesso, ho chiuso la finestra sul Foglio. Adios Giulia', mi sono detto.
Il giorno dopo, però, mi sono ricollegato e ho letto il resto. Come tornare a guardare un derby dopo una ciabattata sparata a porta vuota. Un minuto d'imprecazioni ma poi ci si risiede davanti alla TV. Umano, no?
Verso l'ottantacinquesimo ecco che l'articolo si ravviva, quando citando Indiviglio viene spiegato che i datori di lavoro preferiscono prendere laureati anche se non per mansioni attinenti alla loro formazione. Praticamente, la laurea anche per fare i portacaffè. Qui mi ci rivedo eccome e non ho nemmeno l'alibi perverso di essermi laureato in un qualcosa di poco professionalizzante: Mediazione Linguistica è uno dei corsi più versatili che ci siano sulla piazza. Ho studiato le lingue come anche parti di Economia e Diritto. A livello d'impiegabilità non stiamo certo parlando di Filosofia, con tutto il rispetto sul piano accademico per i pensatori.


Il problema, a mia poco statistica ma ruspante detta, è uno scontro di due elementi: da una parte la boria dei datori di lavoro, gente che nell'era del "full optional" si compra il SUV anche per fare casa-bocciofila; dall'altra il fallimento dell'università italiana in quanto a selettività.
Se il primo elemento è decisamente, schifosamente cafonal quanto alla fin della fiera non certo criminale, il secondo è molto più denso di colpe visto che trattasi di una "sala dei bottoni", indipendentemente da chi davvero la manovri.
Signori, la triennale di oggi è in termini di vendibilità la terza media di quelli del '55: provate voi a non averla, poi ne riparliamo. E guarda caso, in Brillante laureato offresi troverete la vicenda di un amico che non ha portato a termine gli studi universitari. Hai voglia, Valensise, a farmi credere che si finisca tutti domiciliati in Silicon Valley.
La democratizzazione dell'accesso alla cultura è una gran cosa...ma esistono le biblioteche, non dimentichiamoci. L'università italiana ha perso credibilità man mano che si è fatta meno un Olimpo delle migliori menti nostrane e più un parcheggio post-adolescenziale. E se un pezzo di carta ce l'han tutti, è come se non ce l'avesse nessuno. Ecco settato il livello zero.
Il problema è che chi resta indietro si ritrova al meno uno.

Fermi tutti un secondo, però, perchè potremmo parlarne cent'anni ancora ma mi ha trafitto un fulmine: Zuckerberg, Harvard, USA.
Ma chi invece è italiano, classe 1984, laureato alla Statale e a capo di un impero internazionale (non messo in mano da papà)?
Scusate la domanda, caro Ferrara ed esimi professionisti del Foglio: ma uno che ce l'ha fatta in maniera simile in casa nostra, tutti insieme, me lo trovate?

E secondo voi gira tutto attorno all'utilità di essere laureati o meno?
Sarebbe un gran lusso. Mentre qui c'è da rifare l'Italia.

                

3 commenti:

  1. Mattia,
    complimenti per il blog e per il post che apre a una discussione molto interessante.

    Mai come adesso sento necessario lo sforzo di riorganizzare al meglio le mie idee per confrontarmi con te e con gli altri sull'argomento.

    E' un gesto doveroso nei confronti del blog, degli altri lettori e, non ultimo, di me stesso che vorrei portare a casa un sano confronto su un argomento sul quale non ho ancora elaborato un'idea chiara. Dico questo perché sempre più spesso vedo post interessanti seguiti da fiumi di commenti con la sindrome "Yahoo Answers". Risposte idiote. (ovviamente questo l'ho scritto per rendermi da subito simpatico)

    Tornando al post, mi sono posto subito una domanda: quali le strade per uscire dal "pantano" per chi si ritrova oggi neolaureato?

    Ne ho individuate 3

    Il fattore eccezionalità. Che Jobs, Zuckerberg e Gates non abbiano terminato l'università non credo rappresenti l'elemento chiave del loro successo, con o senza laurea in tasca hanno giocato qualcosa di eccezionale, che fosse nelle loro capacità, intuizioni, competenze è una cosa che poco conta, quello che è certo è che hanno fatto la differenza. Come l'hanno fatta Ronaldo e Gebreselassie.
    Lavorare sul proprio talento, sulla propria unicità ed essere in grado di fare la differenza nei palleggi come nei social network credo sia una strada e se funziona senza laurea funzionerà sicuro anche con la laurea in tasca.

    Il fattore rivoluzione. Per cambiare l'architettura sociale che vede inefficienza radicata in un sistema così ben collaudato da produrre un tasso crescente di insofferenza e malessere, la "rivoluzione" sembra essere lo strumento adatto a ribaltare la situazione.

    Il fattore Italia. Se siamo in Italia, saremo italiani. Per questo la soluzione che coniuga la furbata, l'illegale, la perdita della nostra dignità, la prepotenza e il servilismo si rivela spesso essere la più amata delle soluzioni che odiavamo.

    Sostanzialmente: fare qualcosa al di fuori del sistema, distruggerlo o adattarci.

    Esistono davvero solo queste 3 strade?

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  2. Grazie per il tuo intenso commento, Alessio. Davvero un articolo come quello su Il Foglio di cui sopra offre moltissimi spunti di discussione. In quanto alle 3 strade che citi, di sicuro "adattarci" è quella più seguita, perchè in termini pratici poggia su un sentiero già aperto, ed è tragicamente più facile cambiare noi stessi (anche in senso peggiorativo) che tentare di cambiare il mondo intero. Ecco perchè tanti sessantottini oggi non sono altro che le fotocopie di ciò che contestavano. E' un po' la vecchia tattica del "se non puoi battere un nemico, alleatici".

    Al di là dei discorsi sui massimi sistemi, secondo me c'è anche un livello molto più spicciolo e concretamente tecnico che, per tornare del tutto in argomento col post, può far sì che un laureato italiano risponda alla domanda della Valensise con "Serve a questo, questo e questo...". E' tutto un fattore di organizzazione alla sorgente. Il problema italiano parte dalle scuole dell'obbligo. Che poi sfoci alla fine dell'università è fisiologico.

    Faccio un esempio: al mio paese c'è un torrente che di tanto in tanto straripa. La gente incolpa il ponte troppo basso, dicendo faccia da "collo dell'imbuto". Mentre questi individui imprecano non si accorgono invece di cosa si accumuli addosso a questo collo del'imbuto: grosse sterpaglie e immondizia di vario genere, anche industriale.
    Se gli ecologisti che curano la brughiera e gli impresari coi rifiuti da smaltire evitassero di usare il torrente come una discarica, probabilmente l'acqua defluirebbe molto più scorrevolmente sotto il ponte anche nei giorni di piena.

    Questa reputo sia la dinamica che rende l'Italia una nazione dove diversi giornalisti possono sortire certe domande. Ma perchè stiamo sempre a guardare il ponte e non guardiamo invece cosa non va nel corso del torrente?

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  3. Chiedo scusa se mi inserisco a discussione già avviata, e spero di riuscire ad essere sufficientemente sintetica senza perdere in chiarezza.

    Premetto che parto da una posizione ampiamente pro-accademica per principio (se non altro perché l’accademia è il mio datore di lavoro); ma aggiungo che la questione di ‘a cosa serve la laurea’ me la pongo quotidianamente. Per me è un quesito etico. All’università io ci insegno. Ogni anno decido IO cosa insegnare, ed è inevitabile che prima di decidere mi chieda che vantaggio possano trarre gli studenti da ciò che insegnerò loro.

    Mi aggancio a uno dei vari punti sollevati nella discussione, ovvero quello del rapporto fra laurea e carriera, suggerendo a chi li volesse raccogliere un un paio di spunti di riflessione.

    1. è verissimo che alcuni degli imprenditori di maggior successo non hanno la laurea; è anche vero, però, che sono dei casi assolutamente eccezionali. Non tutti hanno la scintilla del genio. Fra l’altro, io di personaggi potenzialmente così ne conosco almeno uno (Franci, sei tu). Se per aneddoti si deve procedere, questo che conosco ha una testa talmente fuori dagli schemi che l’università gli stava stretta. È un caso assolutamente eccezionale. Non certo la norma. Purtroppo però la maggior parte di noi rientra nella norma. Per fare cose eccezionali bisogna anche avere cervello e intraprendenza fuori del comune, e preferibilmente anche un capitale iniziale. Lasciamo perdere il capitale, ma quanti possono dire di avere cervello e intraprendenza (entrambi!) fuori dal comune? Non molti, credo. Per il resto – per i comuni mortali – c’è l’università. A meno che uno decida che vuole fare per esempio l’artigiano, nel qual caso ovviamente l’università non gli serve. Però gli serve comunque un qualche tipo di apprendistato.
    2. la laurea serve ai più per acquisire competenze che possano essere messe in gioco in un ambito lavorativo. Un corso di laurea non insegna un mestiere in quanto tale: piuttosto, dovrebbe dare gli strumenti per accedere a più professioni (se studio giurisprudenza posso diventare avvocato, o magistrato, o esperto di assicurazioni, o altro). Una volta laureati si sceglie un ambito lavorativo, e entro quello si applicano e affinano le competenze accademiche acquisite, trasformandole in competenze professionali. E l’ambito lavorativo non deve necessariamente essere uno di diretta e immediata attinenza alla laurea conseguita. Certe volte le competenze trasversali e indirette possono essere molto utili non solo per l’individuo che le mette in gioco, ma anche per l’azienda che le sa sfruttare. Una delle cose che l’istruzione universitaria dovrebbe far acquisire è l’apprendimento in autonomia, che consente di riconoscere le proprie lacune e colmarle laddove necessario. Parallelamente, entro ambiti professionali consolidati è utile avere immissioni di persone con competenze un po’ fuori da quelle ‘tradizionali’, che possono facilitare o addirittura promuovere ‘cambiamenti di rotta’ e evoluzioni tanto impreviste quanto, talvolta necessarie.
    3. Non si può non riconoscere che l’università italiana sia poco selettiva in accesso. Ma è selettiva in itinere (cosa che in altri paesi non accade più di tanto). Il tanto lamentato abbandono universitario è almeno in parte, a mio modesto parere, una conseguenza di questa scarsa selettività iniziale. Chi abbandona (a parte casi eccezionali) non avrebbe nemmeno dovuto entrarci, il più delle volte. Chiamatemi cinica, ma tutto sommato è un caso di sopravvivenza del più forte. O per lo meno, se non del più forte, di quello con una forza quanto meno nella media.
    4. Avrei molto da aggiungere, ma sto dilungandomi troppo. Chiudo con una considerazione, e una domanda. L’istruzione università sta diventando la norma (dopo che la norma è stata, nel tempo, la terza elementare, poi la quinta, poi la terza media eccetera). Mi spiegate perché deve essere un male?

    Paola

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