giovedì 2 giugno 2011

IL FOGLIO BIANCO


Commenti, commentini, commentoni.
Ma il mio no.
Che fosse un commentaccio? Non credo, ma mi rimetto al vostro giudizio.
(Per chi si fosse perso la prima puntata della vicenda lascio questo link).

"Cari lettori e redattori de Il Foglio,
Con un po' di ritardo mi è stato segnalato l'articolo ad opera di Valensise dal titolo 'A cosa serve essere laureati?'.


Io sono l'autore del libro Brillante laureato offresi e assieme gestisco il relativo blog, sul quale in data 26/5 ho dedicato un post a tale articolo.
Valensise offre spunti interessanti quando cita l'inconfutabile Indiviglio, mentre devo sinceramente dire che tanto il titolo quanto la prima parte mi hanno lasciato deluso per lo sfruttamento di un luogo comune e per il palese 'girare la frittata' nel definire il trio Gates, Jobs e SOPRATTUTTO Zuckerberg con il testuale 'Non hanno frequentato le aule universitarie', contraddetto tanto dalla realtà quanto dalle parole della stessa giornalista qualche riga dopo (!).

Il decrescente prestigio delle lauree (in Italia) non credo debba condurre a formulare domande assolutiste come quella del titolo di Valensise, a cui si potrebbe tra l'altro controbattere con un 'A cosa serve rimanere diplomati?'.
Laurearsi serve, se non altro per poter fare domande di lavoro, come ho detto nel mio post sul blog. Uno spunto interessantissimo invece fornitomi da una mia lettrice esperta in materia universitaria è che la situazione dipinta nell'articolo è puramente a stelle e strisce. A volte davvero l'essenziale è invisibile agli occhi: nomi americani di personalità e testate, somme in dollari e via disquisendo. 'Eureka' mi sono detto...anzi, AMEureka.


Quindi, perchè cercare di propinare fenomeni e guai americani al lettore italiano? Siamo due nazioni ben differenti, nel male e nel bene come nel potenziale e nella gestione delle risorse. Noi Italiani siamo pieni di problemi fin sopra la testa, ma vanno misurati coi nostri chilometri e pesati coi nostri chili...non con le miglia e le libbre d'altri.
Pena il fallire anche il famoso test delle tre formine: il cilindro non può passare attraverso il buco triangolare".


Ora vi racconto com'è andata.
A rigor di logica editoriale (mia) avrei dovuto scrivere questo post prima del precedente, Automarzullazione, ma ho voluto lasciare a Il Foglio il beneficio del dubbio, inviando nuovamente il messaggio (credevo avessero catalogato come spam il mio primo, dove c'era il link al blog), rispettando in pieno i loro parametri e attendendo più che un solo giorno nonostante la sezione "Hyde Park" si sviluppi su base quotidiana (per non dire oraria) proprio per modalità intrinseca di funzionamento.
Controllate voi stessi con le date e il "Trova" del vostro browser. Fra il 26 maggio e oggi, tracce di parole quali "brillante", "laureato", "offresi" che vi possano ricondurre al mio messaggio? Niente.

Se date un occhio agli altri commenti c'è davvero di tutto un po', comprese uscite non certo ad opera di premi Nobel o Pulitzer. E' una tribuna popolare, nel bene e nel male, sebbene più filtrata di altre (ben più restrittiva di quelle del Corriere, Fatto Quotidiano e via dicendo).
Allora, io ho commentato un articolo rispettando le regole imposte, esponendomi con nome e cognome, educatamente, e persino rimuovendo per puro scrupolo mio il link che poteva farmi passare per lo "spammer" di turno. E dissentendo con l'autrice dell'articolo nonché col direttore, in quanto responsabile di ciò che viene pubblicato.

A rigor di logica mi viene da pensare che questo ripetuto impedimento alla pubblicazione sia da imputarsi al mio dissenso. Resto aperto ad eventuali interventi da parte della redazione de Il Foglio, ma ad oggi non mi rimane altro che dubitare che nel contesto di tale quotidiano non siano accettate le critiche.

Avanti così. Di certo questo episodio non leverà il sonno a nessuno, le priorità nella vita sono altre. Ringrazio però per la bella idea che questa vicenda mi ha ispirato: d'ora in poi terrò traccia e copia di tutti i commenti che lascerò e alla fine scriverò un nuovo libro: Brillante censurato offresi.

7 commenti:

  1. Chissà perchè la cosa non mi sorprende. Su alcuni aspetti dell'articolo in oggetto, ho detto la mia commentando su questo blog, a margine del post originario. Ma aggiungo una cosa, che Mattia non ha evidenziato. L'articolo della Valensise prende dati che sono specifici di una certa realtà (quella americana) e li propina come una verità assoluta, calandoli, decontestualizzati, nel contesto italiano. Ora, nel migliore dei casi si tratta di una grossa ingenuità; nel peggiore (e chissà perchè non sono incline a credere alla sola ingenuità) si tratta invece di fomentare un certo tipo di atteggiamento, marcatamente antiaccademico, che sta per lo più già prendendo piede. L'università non serve a nulla, non è produttiva, non crea nè lavoro, nè denaro. Eliminiamola; anzi, meglio, teniamola, privata, per i pochi eletti che possono permettersela per pura scelta personale. Il resto della popolazione si impegni a produrre. Pensare è un'attività inutile e poco redditizia.

    Paola

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  3. Grazie per l'intervento, decisamente acuto e mirato. Sarei felice se questo blog potesse diventare una fucina di spunti e riflessioni di questo livello :-)

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  4. Per quanto riguarda l'articolo, sono sostanzialmente d'accordo con quanto scrivi, Mattia. Ecco alcuni spunti aggiuntivi.

    Articoli come quelli pubblicati su Il Foglio (ma emersi a più riprese su altre testate giornalistiche italiane, anche a maggiore diffusione) corrono il rischio di far passare il messaggio (errato) che la laurea non valga nulla e che sia meglio fermarsi a titoli di studio inferiori.
    Sebbene a livello di senso comune questo messaggio possa apparire sensato, specialmente in un periodo di crisi economica e di difficoltà del mercato del lavoro, in realtà trascura i risultati delle ricerche sugli esiti occupazionali dei laureati (Istat, Almalaurea).
    Innanzitutto, sebbene i ritorni occupazionali dei laureati rispetto ai diplomati siano leggermente peggiorati negli ultimi anni, i primi sono ancora favoriti rispetto ai secondi in termini di occupazione e retribuzione, una volta inseritisi nel mercato del lavoro. Ovviamente, visto che i tassi di laurea si sono sensibilmente accresciuti nell'ultimo decennio, bisogna essere consapevoli che la laurea di per sè non è più sufficiente per trovare una occupazione di alto livello: contano sempre di più il tipo di specializzazione (facoltà, corso di laurea), ulteriori esperienze e competenze (linguistiche e informatiche), ma anche le reti di conoscenze personali e famigliari (soprattutto in Italia).

    Il problema del disincentivare le iscrizioni all'università è triplice.
    1) Un problema generale di formazione delle competenze e cultura: dal momento che la scuola garantisce una formazione piuttosto scarsa, oggigiorno per raggiungere un livello di conoscenza e competenze culturali dignitose è necessario frequentare più anni di scuola che in passato (o apprendere da autodidatta, pratica meno diffusa).
    2) Un problema di sviluppo e innovazione: le ricerche economiche hanno a più riprese evidenziato l'esistenza di una relazione tra quota di laureati nella popolazione, dinamicità del mercato del lavoro e innovazione nelle imprese.
    3) Un problema di equità: i figli dei ricchi e di genitori a loro volta istruiti sanno che la laurea conta e perciò continueranno a iscriversi all'università con maggiore frequenza rispetto ai giovani delle classi sociali basse. Ciò contribuisce a quella che i sociologi chiamano trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze; nel linguaggio comune: "piove sempre sul bagnato.
    Tutto questo discorso va poi integrato con una riflessione sulla struttura del mercato del lavoro italiano e sull'assenza di incentivi alle imprese all'assunzione di laureati, all'innovazione, ecc.

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  5. Ecco un altro commento interessantissimo, grazie mille epr il contributo. Mi permetto di evidenziare passi come:

    - "...anche le reti di conoscenze personali e famigliari (soprattutto in Italia)".
    Verissimo. Nel libro lo vedremo ampiamente.

    - "trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze".
    Interessante riflettere sulle mille sfumature di questo aspetto, proiettandole a braccio in un lasso di una ventina d'anni da ora. Stiamo davvero correndo il rischio di avere un Italia spaccata in 2 monetariamente e a livello d'istruzione. Upper class e lower class senza nulla o quasi in mezzo, cosa che finora non abbiamo conosciuto e che mi pare sia stata una delle nostre poche fortune in mezzo a mille cose che non vanno.

    -"Tutto questo discorso va poi integrato con una riflessione sulla struttura del mercato del lavoro italiano e sull'assenza di incentivi alle imprese all'assunzione di laureati, all'innovazione, ecc."
    Altra gende verità. Soprattutto il nostro sistema di reclutamento è penoso. Anche questo lo vedremo ampiamente nel libro.

    A TUTTI I LETTORI: apprezzo in maniera enorme commenti come quelli di cui sopra, ad opera di 2 persone che si dimostrano molto sveglie e competenti. Al di là di una conoscenza in materia a dir poco sbalorditiva (che si può avere o non avere), ciò che conta sono le riflessioni e i ragionamenti esposti. Vi invito a fare altrettanto, non abbiate timore nel dire la vostra

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  6. Commento brevissimo sulla "trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze". Non solo è una realtà, ma è una realtà che tragicamente rischia di penalizzare i talenti. Mantenendo, unitamente all'accesso libero per la maggior parte dei corsi di laurea, rette relativamente basse l'università italiana è stata effettiva promotrice, almeno in potenza, di un vero strumento di mobilità sociale. Invece di essere castrato, questo strumento dovrebbe essere potenziato. Identificando i talenti, e favorendoli ANCHE FINANZIARIAMENTE.
    Quanto al rapporto tra crescita economica, dinamicità delle imprese, e percentuale di popolazione in possesso del titolo di laurea, forse sarebbe il caso che lo stato ne rendesse edotte le aziende. Stimolando, appunto, l'assunzione dei laureati in posizioni adeguate, e penalizzando coloro che abusano, per esempio, dell'altrimento utile istituzione dello stage aziendale come parte del percorso accademico.
    E qui mi rendo conto che apro un vaso di Pandora, ma certamente vale la pena parlarne.

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  7. Il ragionamento non fa una grinza. Rimango del parere che ci sia la vitale necessità di selezionare meglio i cervelli. Ma molto meglio.
    E porte chiuse per gli altri

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