giovedì 21 luglio 2011

BASTA RIDERE


Badate bene: ci sono due maniere d'interpretare il titolo di questo post.
La prima chiave di lettura che avete usato probabilmente dice molto di voi, o molto di cosa vi aspettate da me e questo blog.


Vi rivelo quindi che, in risposta al post di Jacopo Fo su Il Fatto Quotidiano, il titolo ha volutamente doppia valenza.
  • "Basta ridere" inteso come "è sufficiente ridere". Molto bello quello che Fo racconta sulla risata come terapia coi malati terminali o come aiuto per le persone che vivono gravi disagi, bambini in special modo. Verissimo che con quel po' di buonumore aggiunto si affrontano meglio i momenti difficili, vero anche che è una risorsa che sottovalutiamo. Come potete leggere, in Brillante laureato offresi c'è molto spazio per ridere, sia per voi che leggete quanto per me che ho vissuto e riportato il tutto. Mi ricordo benissimo quante risate ho fatto con Alessandro in merito a Gerardo e al carrozzone di colleghi in cui regolarmente c'imbattevamo, e sicuramente questo mi e ci ha aiutato tantissimo a non demoralizzarci prestando servizio in quelli che ho definito luoghi "di umano crepuscolo". Saper canzonare le proprie sfortune è certamente una qualità...

  • ...ma fino a un certo punto. E qui passiamo al "basta ridere" inteso come "smettere di ridere". Chi ha già letto per intero il mio romanzo sa bene quanto consistente sia anche la fetta di amarezza per le situazioni in cui mi sono ritrovato. Al punto precedente mi riferivo a quando un lavoro ce l'avevo, ma quando invece no garantisco che non c'è spazio per il punto interrogativo del titolo del post di Fo: la disoccupazione non fa ridere. La disoccupazione è un tunnel nero che non sai se, quando e come finirà. La disoccupazione porta a rimorchio due parenti strette, strette al punto da farci rima, le quali si chiamano depressione e disperazione. C'è chi finisce a braccetto con la prima e cade in stato vegetativo, c'è chi finisce a farsi trascinare dalla seconda verso ultime spiagge che sarebbe meglio evitare. Suppongo che leggendo il libro abbiate presente quale delle due ha contraddistinto il mio caso e ho dovuto tenere a bada. 
Per concludere con un'opinione in risposta a quanto scritto da Fo, vorrei sottolineare che c'è differenza tra l'essere nella merda fino al collo e l'avercela invece ancor piu' sopra.
Perchè sopra c'è la bocca, e a quel punto ridere è impossibile.

          

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