lunedì 15 agosto 2011

L'INUTILITA' DI FERRAGOSTO


Un amico, via e-mail, mi ha giusto detto "Buon Ferragosto! Spero tu non sia da solo anche a 'sto giro!".
Rispondendo ho glissato, ma ebbene sì: sono da solo anche a 'sto giro. Per scelta.


Ad un livello personale non mi sento di voler festeggiare alcunché; ad un livello generale non credo ci sia da festeggiare alcunché. Il grasso che cola dalle costine o il sapore fresco dell'anguria non sono sufficienti a farmi cambiare idea.
Festeggiare mi piacerebbe, ma a seguito di un traguardo raggiunto, non in una dimensione della festa fine a sé stessa. Vorrei sì una vera festa, ma qui la festa vera ce la stanno facendo. E il "canta che ti passa" mi sembra l'epitome della piattezza mentale italiana.

Io sono almeno 4 anni che non ho motivi per festeggiare. Non che i problemi siano scesi in blocco su un mondo fatato 4 anni or sono, ma è certamente da una buona cinquantina di mesi che tengo d'occhio in una certa maniera tanto me stesso quanto l'ambiente che mi circonda, potendo sicuramente dire che né io, né esso abbiamo di che brindare. Però, mentre io posso ritenere di aver strappato la sufficienza, il mio ambiente è lungi da essa. Tradotto in parole povere: mi guadagno la pagnotta, ma non è il mio ambiente a permettermi di farlo. Non a caso lavoro all'estero per circa 7 mesi l'anno e poi comunque lavoro con l'estero nei rimanenti. Sono rincasato giusto l'altroieri, nel momento migliore per sentirmi un estraneo anche nella mia terra.

Mi spiace, ma non può che essere così quando non vedo motivo per farmi imporre una festa. Rientrando da nord, dove l'estate praticamente non s'è vista, non posso nemmeno vantare un'ustione da sole al pari dei più trendy di voi. Non sono degno della vostra doratura, di un aperitivo danzante sui lettini del Papeete, né tantomeno delle vostre battaglie d'acqua, dove sarei quello col portafogli e il cellulare in tasca distrutti da qualche secchiata da dietro.

Me ne resto in casa, bianco, a scrivere. Sognando ci si potesse trovare attorno a una tavola imbandita col giusto, a studiare un piano su come tirarci fuori dalla merda in cui siamo.

     

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