martedì 25 ottobre 2011

IL TE' NEL DESERTO


Con l'arrivo dell'autunno torna per me uno dei rituali giornalieri preferiti, il momento del tè.
In Inghilterra sono diventato un buon cultore della materia ed ora ho una soluzione per svariati tipi di problemi e stati d'animo. In questo pomeriggio lombardo piovoso e freddino, ho optato per una miscela riscaldante e rilassante al tempo stesso: tè redbush e vaniglia con un cucchiaino di miele d'acacia.


Eccolo versato. Ora la bustina deve rimanere a mollo circa cinque minuti, poi un altro paio saranno necessari per averlo a temperatura gradevole. Nel mentre vi spiego cosa succede e come mai abbia bisogno di un tè dalle proprietà rilassanti.
Come detto qualche settimana fa, sono rientrato in Italia ad inizio settembre con "opzione d'uscita". Da quel momento mi sono messo a tastare il polso alla nostra nazione e in prima persona sono passato attraverso i seguenti episodi:
  • Iscrivendomi presso una nuova associazione sportiva e compilando il modulo alla voce "professione", il titolare ha voluto approfondire in merito alla mia attività di esperto linguistico, dei cui servizi potrebbe aver bisogno per vari scopi. Ancora una volta mi sono trovato ad essere colui che scaturisce il cosiddetto "effetto wow", che è sempre un qualcosa che fa bene al morale...ma poi tutto sta a vedere quanto di ciò si potrà eventualmente tradurre in moneta. Proseguite con la lettura e capirete perchè.
  • Un paio di settimane dopo, uno dei miei amici più stretti ha fatto il mio nome nell'azienda presso la quale lavora, essendoci in ballo una sostituzione di maternità nel reparto commerciale internazionale, con anche una buona paga. Sono però stato io stesso a dover rifiutare una volta appurate le tempistiche, poiché coprire quella maternità mi avrebbe costretto a rinunciare ad altri incarichi e a rompere equilibri che mi avrebbero condotto a ridiventare un perfetto disoccupato a metà del nuovo anno.
  • Passato qualche giorno mi è giunta un'e-mail da oltralpe: una richiesta urgente di revisione linguistica per un progetto ambizioso che coinvolge associazioni umanitarie e una banca elvetica. Mi si chiedeva di portare ad un livello di perfezione le parti grossolanamente tradotte in italiano da una figura certamente inadatta allo scopo, pena il ritiro dal progetto da parte della banca. Essendoci a capo dell'impresa persone che conosco per merito di altre questioni lavorative, mi sono mostrato sì flessibile sul costo del mio servizio, ma comunque restio al sottostare al loro inaspettato e fuori luogo "Noi paghiamo tot", perchè: a) dal salumiere non è il cliente a fare il prezzo del prosciutto al chilo; b) la mia discreta esperienza mi permette -e anche m'impone- di richiedere un compenso proporzionato, rifiutando retribuzioni orarie prossime a quelle da addetto alle pulizie (con tutto il rispetto, e detto da uno che a 16 anni ramazzava l'intero capannone del lavoro estivo, cesso incluso). Chiaramente non se n'è fatto nulla, ma i risvolti sono stati interessanti: da una parte mi sono praticamente sentito dire che quella che m'hanno offerto è un'ottima paga per chi -come me- sta in un Paese europeo in crisi; dall'altra, loro non hanno capito che in tutta probabilità è proprio a causa di quanto poco pretendono di pagare che gli sia capitata in prima battuta una persona non all'altezza. "Chi meno spende, più spende", dice spesso mia mamma. Verità.
  • Ieri, in merito ad un lavoro di traduzione di materiale turistico per il quale avevo dato disponibilità, mi è giunta risposta: preferiscono studenti che possano svolgerlo come stage. Devo aggiungere altro? Ah sì: chiaramente non retribuito. 

Questo è grosso modo il panorama che mi si presenta. Fortunatamente, grazie al mazzo che mi sono fatto fino a prima di rimpatriare, posso permettermi di osservare questo triste spettacolo con una certa serenità di fondo, seppur consapevole che rimanere a maniche rimboccate sia l'imperativo.
Riflettendo con me potete comporre il mosaico passo passo notando che:
-Anche nel caso di una persona con caratteristiche professionali interessanti...
-per trovar lavoro occorre avere buoni amici al posto/momento giusto, perché invece...
-in questi tempi di magra persino i conoscenti le tentano tutte pur di prevaricare e...
-la prassi rimane sempre e comunque quella di cercare qualcuno da far sgobbare a costo zero.

E vi dirò di più: non di rado capita che qualche amico mi chieda una mano per qualcosa che normalmente rientra nelle mie competenze professionali. In casi del genere io le tento tutte pur di non farmi pagare oppure, se proprio proprio la persona in questione non mi lascia via di fuga, di farmi dare il meno possibile. Perchè gli amici sono amici e se posso do più che una mano, tanto non saranno le loro richieste a decretare il mio successo o insuccesso professionale, ma al tempo stesso il mio contributo può fare una certa differenza per i loro progetti, come in più casi le loro abilità hanno fatto la differenza per progetti miei.

Che gli amici siano i soli a poter intercedere efficacemente per opportunità di lavoro o che siano gli unici a mostrar la correttezza di voler pagare un servizio è una cosa che a livello sociale trovo demoralizzante. Siamo agli antipodi di quel che dovrebbe essere, o forse addirittura di quel che una volta era: gli amici in veste di bonarie sanguisughe scrocca-consulenze a suon di "Domani sera pizza e birretta?", come anche gli amici sì in qualità di assist-men per il contatto giusto ma non come chiavi di volta delle sorti lavorative del prossimo.

Mentre la pioggia continua a battere sulle grondaie e il primo freddo della stagione si rimpossessa delle punte dei miei piedi, non mi resta altro che tornare a versare mezzo litro d'acqua nel bollitore. Stessa miscela di prima, stesso cucchiaino di miele, stesso tempo d'attesa.
Un altro tè, che senza bisogno di sfondi sahariani sorseggerò comunque in un deserto.
    

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