giovedì 20 ottobre 2011

LA STORIA DI AGNESE

Con oggi s'inaugura una nuova rubrica di questo blog, dedicata alle storie di altri brillanti laureati.
Dopo aver reso protagonista me stesso tramite il romanzo, ora è il momento di dare spazio ad altre persone e vicissitudini, con lo scopo di fotografare al meglio la generazione dei giovani dottori d'oggi fra realtà, propositi concreti e sogni.

Per l'esordio di questa nuova avventura targata Brillante laureato offresi ho specificamente voluto dare spazio ad Agnese, venticinquenne nata e cresciuta alle pendici dell'Etna. Poco dopo l'uscita del mio libro ricevetti proprio da lei una lettera carica di significato, dalle cui righe faceva capolino una storia personale interessante, che non potevo esimermi dall'approfondire.

Eccoci qui, dunque. Agnese, brillante laureata in…?
Ostetricia. Mi sono laureata all’università di Catania precisamente 3 anni fa, nel 2008.

Come credevi sarebbe stata la tua vita una volta conquistata la laurea?
Sin da quando mi ci sono iscritta, ho fatto il pre-esame e l’ho passato (e senza spintarelle, posso dirlo forte) tutti mi hanno sempre ripetuto che io una volta laureata avrei trovato lavoro, che il campo sanitario è sicuro, che mi sarei ben presto sistemata in un ospedale con un contratto a tempo indeterminato. Ed io ci credevo parecchio…

E’ poi stato così?
Per niente! Una volta partita coi primi concorsi (tutti rigorosamente da Roma in su), ho cominciato a realizzare che non sarebbe stato così semplice e oggi come oggi sono arrivata alla conclusione che è già ipercomplicato trovare un incarico temporaneo; figuriamoci a tempo indeterminato. Nel campo pubblico è difficile, in quello privato ancora peggio perché, “giustamente”, se nessuno ti conosce non vieni preso nemmeno per pulire i bagni. Ancora oggi qualcuno mi continua a ripetere che sono io che non voglio lavorare, che se me ne andassi sarebbe più semplice, eccetera. Ebbene, io me ne andrei, a malincuore ma lo farei…ma come potrei partire senza alcuna certezza di base? Come pagherei un affitto? Come mangerei? Non si campa di solo coraggio.
In speranzosa attesa di cambiamenti, dopo la laurea mi sono messa a lavorare in una pizzeria. Niente più feste, niente più sabati. Contemporaneamente, per fare punteggio (che ben poco serve), ho fatto un anno di tirocinio -più frequentemente chiamato “volontariato”- in un grosso ospedale di Catania. In poche parole ricoprivo un turno vero e proprio senza vedere un centesimo. Anzi: tutte le spese di affitto, viaggi, eccetera toccava alla mia famiglia sostenerle. Ciononostante non mi pento di averlo fatto, perché almeno ne sono uscita con un po’ di formazione professionale in più rispetto al tirocinio universitario.

Quali sono, a tua detta, le cause principali di questa situazione?
Nel mio campo, cioè quello sanitario, ritengo che il problema stia a monte e nel passato: a causa di problemi gestionali, parecchie aziende ospedaliere si sono ritrovate con buchi di bilancio che potrebbero fare concorrenza a quello dell’ozono. Da qui sono partite le manovre di taglio: taglia gli interventi, taglia il materiale (e mi è capitato durante l’università di non poter operare perché mancavano i camici sterili), taglia i farmaci, sino ad arrivare ai tagli sui dipendenti, che si ripercuotono poi su chi resta e si ritrova a fare turni di 12 ore in sala parto. E procedendo la cosa si è complicata. La soluzione è stata accorpare aziende ospedaliere e chiudere i piccoli centri con meno di 300 parti l’anno (attualmente stanno tentando di chiudere quello nel mio paese). Morale della favola: i tanti posti promessi dalle manovre che sono state fatte non sono più realmente presenti.

Raccontaci l’episodio meno e quello più gratificante della tua vita da laureata.
Allora, quello di sicuro meno gratificante è avvenuto quando ad una mia e-mail di disponibilità immediata per un lavoro a Ferrara mi hanno risposto che, nonostante la mia professionalità, avrebbero comunque preferito qualcuno del posto. Non dico che sia ovunque così, ma diciamo che il fattore “sud-Italia” spesso e volentieri gioca a sfavore.
Invece, il momento -e non solo l'episodio- più gratificante è quello che sto vivendo oggi, lavorando con un ginecologo in uno studio privato sostituendo una mia collega. Sentirmi chiamare dottoressa (anche se poi tutte le pazienti mi danno del tu) è veramente una bella sensazione. In quanto ad uno specifico episodio, ciò che più mi ha resa felice è stato quando è comparso su un blog il commento di una paziente che mi consigliava ad altre donne, congratulandosi per il mio ottimo lavoro durante il parto.

Di cosa ti senti più privata nella situazione attuale?
Di tutto, guarda. Mi sento privata della possibilità di pensare a un futuro; del poter organizzare una vacanza, visto che mai si sa se ci saranno i soldi per farla; del poter realmente legarsi ad una persona a causa dello spauracchio di dover partire da un giorno all'altro; del non poter fantasticare su un'auto da comprare e così via. Insomma, mi sento privata delle piccole cose di tutti i giorni che magari i nostri genitori potevano già progettare quando avevano 20 anni.

Alla luce degli eventi, qual è il tuo piano d’azione?
Per ora sto lavorando a Palermo in uno studio privato, come dicevo, e anche in clinica. Da gennaio 2012 sostituirò un’altra ragazza dello studio che andrà in maternità, ma nel mentre farò una pausa di riflessione in Africa, per la precisione in Tanzania. Starò quasi un mese presso una missione che si occupa principalmente di bambini, con un orfanotrofio-scuola e un ambulatorio. Effettueremo anche diversi spostamenti per andare a visitare i vari villaggi. Speriamo in un progetto futuro più grande, per poterli aiutare nella costruzione di nuove strutture quali scuole, ospedali, ambulatori e soprattutto pozzi d’acqua, visto che una gran parte di loro muore per semplice disidratazione o dissenteria. E chissà, magari un domani potrei tornarci per fare un’esperienza più specifica per il mio settore. Spero che tutto ciò mi faccia tornare l’entusiasmo per la mia professione, visto che in questi 3 anni seguiti alla laurea è andato affievolendosi.
Piani sul lungo periodo mi è complicato farne: per ora prendo quel che viene, nella speranza che prima o poi la ruota giri. Da noi in Sicilia si dice “Sa è veru ca a terra gira, prima o poi l’America ava passà di ccà” (Se è vero che la terra gira, prima o poi l'America deve passare di qua).

Fermiamo il tempo per un secondo: ora guardati indietro e fatti un complimento e una critica.
Un complimento: sono stata brava a portare a termine i miei studi e ho sempre fatto il possibile per raggiungere i miei scopi.
Una critica: magari avrei dovuto fare più che il possibile, con maggiore costanza e perseveranza, evitando di accontentarmi molto spesso piuttosto facilmente. Capita che mi chieda se io realmente abbia scelto la cosa migliore per me, se realmente questa sia la mia strada…ma di alternative non ne no mai viste molte.  

In relazione al tuo specifico settore, quale critica faresti al “sistema Italia”? 
Beh, diciamo che generalmente le competenze effettive dovrebbero valere più dei cognomi. Nel mio settore l'Italia avrebbe tutto il potenziale per essere uno degli Stati più avanzati e professionali. Servono incentivi per la ricerca come anche per gli aggiornamenti alle nuove tecniche. Proprio in relazione, c'è da notare che i soldi spesi da coloro che per taluni bisogni si rivolgono all'estero resterebbero invece all'interno dei nostri confini se riuscissimo a fare un passo avanti. Mi spiego meglio, tramite un esempio di progresso che si è verificato: per quanto riguarda l’inseminazione artificiale, grazie alla nuova normativa (che permette l’inseminazione di un numero maggiore di 3 embrioni a discrezione del medico e il congelamento di più embrioni) molte persone che prima sarebbero corse in Spagna o in Grecia ora preferiscono evitare di espatriare e si affidano a medici italiani. Segnalando un esempio positivo resto comunque ferma sul fatto che la strada da percorrere verso il miglioramento sia lunga. Se infatti si legalizzasse anche l’inseminazione eterologa allora sì che saremmo al top, ma forse è solo utopia. 

Ora, domanda classica da colloquio all’italiana: come ti vedi fra 10 anni? Questa volta, però, non hai l’obbligo di mentire.
Mi vorrei vedere sistemata con il mio lavoro con contratto a tempo indeterminato, con una situazione più stabile, in un appartamentino mio, avendo le ferie retribuite, lo stipendio fisso a fine mese, una monovolume e un cane…invece fra 10 anni mi vedo sperduta in qualche paese nella terra del “fattore C”, probabilmente ancora con incarichi temporanei, in ansia verso la scadenza del contratto, con una bici, un pesce rosso, in affitto con qualche altra collega mangiando un gelato al cioccolato davanti alla TV.

Per concludere, ti autorizzo a farmi del male: avendo tu letto Brillante laureato offresi e conoscendo quindi le mie vicissitudini da neolaureato, c’è almeno una situazione fra quelle narrate in cui hai pensato “Mattia, ma che diamine stai facendo?!”?
Certo che l’ho pensato! Ti ho dato anche del cretino fino alla fine… ma poi è arrivato ciò che non mi sarei aspettata. E lì sono rimasta a bocca aperta, con la speranza che ci possa essere un continuazione del libro in positivo!
Hai fatto veramente bene ad andare, anche se oggi come oggi credo che il vero coraggio sia nel restare.


Un ringraziamento ed un sostanzioso in bocca al lupo ad Agnese, dunque.
Presto arriveranno nuove interviste. E chiunque volesse raccontare la propria storia non deve fare altro che mettersi in contatto via e-mail.
Più siamo, meglio è. E' venuta l'ora di conoscersi.
        

4 commenti:

  1. vi ho citati con molta enfasi http://www.innovatoripa.it/posts/2011/10/2160/datigovit#comment-3908

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  2. "Il vero coraggio e' nel restare": concordo (anche se poi ho fatto il contrario).

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  3. Credo anch'io Agnese abbia detto una cosa verissima, però a volte non ci rimane alternativa. E poi un periodo all'estero permette eventualmente di tornare in patria ancora più forti e consapevoli.
    Qualsiasi sia la nazione in cui si cresce, restare in essa vita natural durante in un certo qual modo "rintontisce". Fare esperienze altrove apre la mente, come appunto dice Omar nella nuova intervista

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