martedì 27 dicembre 2011

UNICA VIA: L'INCIUCIO

Max pezzali degli 883 la cantava giusta: "La regola dell'amico non sbaglia mai...".
Se però è di lavoro -e non di donne- che si parla, decade il suo squillante "...se sei amico non combinerai mai niente". Anzi, diventa l'esatto opposto.

S'è fatta ora d'aggiornare i vecchi proverbi: se in tempi di vacche grasse vigeva il "Chi trova un amico, trova un tesoro", ora che stiamo a cinghia tirata tocca sentirsi fortunati nel poter riconvertire il detto in "Chi trova un amico, trova un lavoro". Eh beh, con l'aria che tira, mica male comunque.
Ad ufficializzare la notizia ci pensano Corriere ed Unioncamere, io comunque già ve ne ho ampiamente parlato nel libro.

Per riprendere 2 punti fondamentali dell'articolo del Corriere, mi sento di dire che:
  1. Essendo la piccola e media impresa la parte fondamentale del tessuto imprenditoriale italiano, il fatto che i giri di conoscenze (della famiglia d'origine, per la maggiore) giochino un ruolo così importante è senza ombra di dubbio un cancro sociale. E specialmente oggi che esistono contratti di prova di vario tipo, a mio parere non può più reggere la scusa del "Eh, ma vogliamo sapere chi ci tiriamo in casa" tanto propagandata dagli uffici di dirigenza. Credo fermamente ci sarebbe da guadagnare per tutti nel prendere l'abitudine di gestire la selezione del personale visionando ad ogni esigenza una pluralità di candidati, conosciuti o meno. Poi che ognuno scelga chi preferisce, ma specie in questi tempi di facile "shopping impiegatizio" per coloro che hanno lavoro da offrire, penso che limitare a priori il proprio raggio di scelta equivalga a sedersi al ristorante ordinando quello che di solito si cucina a casa.
  2. Che "più chance" si trovino nelle grandi imprese è da ricondursi all'improbabilità che esse possano divenire un conglomerato di amici degli amici. Anche se non unico elemento sul piatto della bilancia, la legge dei grandi numeri ha comunque il suo peso.
Non crediate io non abbia visto come le cose si svolgono all'interno di un'azienda. Nonostante possa giustificare il fatto che a fronte di un'emergenza o simil-tale (lunga ospedalizzazione di un dipendente, maternità in un momento delicato, eccetera) il dirigente di una PMI opti per sollevare il telefono con precise mire o anche ad interrogare i propri dipendenti col più classico dei "Conoscete qualcuno che...?", il più delle volte mi duole dire che le forze motrici delle scelte ad inciucio paiono essere le seguenti:
  • Pigrizia (mascherata da indaffaratezza)
  • Incompetenza in ambito di selezione (occhio che questa è grossa)
  • Esigenza di scambio di favori/lecchinaggio (osservata principalmente in ambienti marcatamente orientati sul fronte politico-ecclesiastico)
Nulla che quindi abbia a che fare con la professionalità. Anzi, tutto appunto nell'ottica dell'improfessionalità.
Purtroppo, attualmente è così che funziona. Parlando personalmente, posso dire che raccogliendo i dati delle mie vicissitudini ed analizzandoli in maniera quanto più scientifica possibile, quel che emerge è che con un sistema del genere si ha più da perdere che da guadagnare: talvolta può giocare a favore avere il giusto gancio, ma trattasi sempre di coincidenze, combinazioni, colpi di fortuna. E nessun buon sistema può basarsi su un meccanismo simile ad una roulette, ad una slot-machine, se ciò a cui ambisce è il progresso o, per lo meno, il guadagno. Anche per le imprese, s'intende, dato che puntare sugli amici degli amici può spesso far interferire dinamiche personali in contesti professionali, scaturendo un effetto-boomerang sul lungo periodo.

Facce note o facce ignote, amici degli amici o signori nessuno: ancora una volta sarebbe meglio che la discriminante fossero le competenze effettive. Che invece 6 aziende su 10 preferiscano inciuci et similia, non credete possa essere fra le concause dello stato in cui oggi riversa la nostra economia nazionale?
        

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