giovedì 8 marzo 2012

LA STORIA DI ORNELLA

Seguendo il trend di "Benvenuti al nord", la storia di Ornella ci offre numerosi spunti su cui riflettere.
Giornalista in erba, ve la ricorderete probabilmente per la bella intervista che mi ha riservato qualche tempo fa su CTzen. Ma forse non sapete che è anche una blogger dall'ironia pungente.
Eccoci qui, Ornella. Dacci prima di tutto le coordinate di base su di te.
Ho 24 anni, sono nata e cresciuta nella calda Sicilia. Dopo la laurea sono andata a vivere a Milano, in cerca di fortuna o almeno di un lavoro. Mi definisco "precaria nell'animo" perché nonostante sia riuscita ad ottenere il contratto a tempo indeterminato, continuo a non avere nessuna certezza sul mio futuro. Il mio ambito di interesse è il giornalismo, giornalismo d'inchiesta o reportage per la precisione: ma ho un grosso difetto, vorrei farlo come mestiere e vorrei anche ricevere uno stipendio come corrispettivo del mio lavoro. Quindi sono stata costretta a ripiegare su altro. Ora lavoro come commessa al centro di Milano. La cosa davvero buffa è che probabilmente qualcuno mi invidia per questo, il che la dice lunga su quanto in basso ci siamo ridotti. Che altro? Amo viaggiare e cucinare, fare domande e cercare risposte, vedere e fotografare, assistere e raccontare. Il giorno in cui potrò permettermi di fare solo questo, magari regalando qualcosa al genere umano, potrò definirmi una persona quasi soddisfatta.

Ornella, brillante laureata in...?
Mi sono laureata in Lettere Moderne all'Università degli studi di Catania, laurea triennale, con una tesi sulla commistione tra linguaggio cinematografico e realtà nelle video-inchieste di Riccardo Iacona. Però non sono una studentessa brillante: sono una persona brillante. Ci tengo a sottolineare questa differenza. 

Trapiantata dal sud al nord: ti senti un po' come Siani nel film oppure no?
Inizialmente ho pensato a Giancarlo Siani con un po' di perplessità, poi ho fatto mente locale e ho capito che ti riferivi a "Benvenuti al Nord". A dire il vero non ho visto quel film ma posso intuire che si basi sui tanti, troppi pregiudizi che noi "terroni" nutriamo nei confronti di Milano. Alcuni sono dannatamente veri, soprattutto ad un approccio superficiale con una realtà complessa come quella milanese. Ma sarei ingiusta nei confronti di questa città se dessi spazio agli aspetti negativi. In realtà qui per la prima volta in vita mia ho usato i mezzi senza dover uscire di casa un'ora e mezza prima, ho trovato un cestino per i rifiuti ogni 20 metri, ho avuto modo di vedere persone da tutto il mondo, tipi decisamente buffi (i modaioli sono quelli che mi fanno divertire di più), iniziative e novità di ogni genere. Qui ho anche cambiato tre lavori nel giro di altrettanti mesi, e tutti per scelta; ho potuto camminare in strada tranquilla senza dover fare i conti col mio abbigliamento o senza dover cambiare lato del marciapiede per evitare apprezzamenti poco consoni ad una signora (non che io sia una bellezza, è che funziona così: se porti una scollatura devi accettare il fatto che tutti lo noteranno e diranno la propria). Ho visto nevicare, sono andata in giro con la bici, sono uscita di casa alle sei del mattino con una temperatura di dieci gradi sotto lo zero: e mi è piaciuto. Sono arrivata a Milano priva di pregiudizi e colma di aspettative: e se i primi sono stati confermati solo in parte, le seconde non sono state soddisfatte. Ma non è colpa di Milano, è colpa del sistema. I miei colleghi di lavoro sono degli splendidi alieni: per me è stato difficile capirli ed entrare in sintonia perché mi sembra provengano da un altro mondo, ma ancora per la prima volta in vita mia, sono stata accettata senza troppe domande, senza troppe selezioni, senza che nessuno mi facesse notare puntualmente i miei difetti, senza drammi esistenziali. E poi non ho ancora visto la nebbia a Milano: qualcuno mi spieghi dov'è.

Raccontaci l'episodio più gratificante e quello meno gratificante della tua vita post-laurea.
Fino ad ora non mi è accaduto nessun episodio gratificante: quel poco che ho fatto, me lo sono inventato e appioppato da me. Una triennale in lettere moderne non vale nulla, benché io sia orgogliosa del mio percorso universitario. Sicuramente spulciare gli annunci alla ricerca di lavoro e leggere che i laureati in materie umanistiche erano ricercati per lavori come: cassiere, commessa, found-raiser, promoter, operatori call center non è stato molto gratificante. Anche il fatto di non essere riuscita a trovare un giornale per il quale lavorare (e con lavorare intendo "non gratis") non è stato gratificante, al di là della laurea.
 
Hai un blog divertentissimo e utile al tempo stesso: com'è nata l'idea e qual è lo scopo?
Adesso ne ho addirittura due: il neonato è http://blog.ctzen.it/lefaremosapere/, mentre http://b-lowjob.blogspot.com/ è quello che tu conosci. L'idea inerente a questo è nata semplicemente dall'esperienza. Quando cerchi lavoro e non hai amici che te lo procurano, ti rivolgi o alle agenzie o agli annunci su internet. E internet è un bazar di fesserie, anche quando si parla di una cosa seria come il lavoro. Ho pensato di condividere con gli altri le assurdità che mi trovo a leggere ogni santo giorno, anche per mettere in guardia: se l'ingenuità fosse un crimine, quasi nessuno avrebbe la fedina penale pulita, garantisco.  

Colloqui e lavori: qualche episodio ai confini della realtà?
Di questo parlerò senz'altro nel mio blog, però penso sempre a quella volta in cui durante un colloquio un ragazzo disse di amare il cinema e di avere una grande cultura cinematografica perché aveva lavorato come bigliettaio e alla domanda "Qual è il tuo film preferito" rispose "24 grammi, il peso dell'anima" e io per correttezza non scoppiai a ridere. So che è un po' una carognata, ma non amo l'arte di auto-appiopparsi titoli e competenze che non si hanno: parliamo tanto di meritocrazia e siamo i primi a non sapere in cosa consista.

Sogni di giornalismo e cruda realtà: cosa fai attualmente che piani hai per l'avvenire?
Come amo dire, quello del giornalismo è un sogno, e infatti dormo almeno dodici ore al giorno. Purtroppo -e nessuno sta facendo nulla per smentirlo - se vuoi entrare a far parte del mondo del giornalismo puoi o scegliere di diventare un martire volontario, facendolo gratis e associandoti alla piccola stampa indipendente, siamo tutti amici, volemose bene, noi ce la cantiamo e noi ce la suoniamo o fare il precario a vita, rimanendo a casa dai tuoi fino alla consumazione dei secoli perché lo "stipendio" non ti basta e lamentarti, lamentarti, lamentarti. Oppure devi essere tanto fortunato da essere nato ricco o figlio di qualcuno, il cognome che porti o le amicizie che hai devono permetterti di entrare - dalla porta di servizio, ovviamente: ma tutto ha un prezzo - in qualche redazione più prestigiosa, per poi vedere infrangere i tuoi sogni da reporter avventuroso davanti al desktop cui dovrai piazzarti per l'intera giornata, perché ormai il giornalismo si basa sullo "stalkerare i twips" (i vip su Twitter) e sull'aggiornare la pagina delle agenzie. Io purtroppo sono sfortunata, non ho voglia di fare la martire e sono piuttosto antipatica, cosa che mi porta a non avere amici, e quindi attualmente lavoro come commessa in un negozio d'abbigliamento. In questo modo metto da parte qualche soldino per potermi permettere, un domani, di sognare un altro po'. Ma non faccio più piani per l'avvenire perché non sento di avere un futuro davanti.

Esperienze all'estero: ne hai fatte?
Ho sempre dovuto pagare da me i miei viaggi ed i miei "vizi", quindi ho iniziato a viaggiare solo dopo aver guadagnato i primi soldi lavorando. Non sono mai stata nemmeno in gita con la scuola, pensa te. Ho visitato brevemente la Westfalia, Sofia e Istanbul e farei di tutto per poter spostarmi da un Paese all'altro per i prossimi trent'anni almeno. Conoscere i volti del mondo è l'unica vera ricchezza che conosco, ma per farlo serve un altro tipo di ricchezza. 

Sassolini nella scarpa di una brillante laureata: leva il più grosso e raccontaci tutto.
Va bene, me l'hai chiesto tu. Trovo che il 70% dei miei colleghi sia presuntuoso e ignorante. I miei colleghi ottusi mi hanno sempre irritata, oltre ogni misura. Una volta un collega mi disse: "Io i libri non li leggo, perché io i libri li scrivo", e lì mi sono vergognata di essere una studentessa. Come ho già detto prima, non sono una brillante laureata, le mie qualità e la mia cultura non hanno nulla a che vedere con il mio percorso di studi. C'è una mediocrità disgustosa in giro e se da un canto è giusto offrire a tutti le stesse opportunità, dall'altro è profondamente ingiusto mettere tutti sullo stesso piano, perché non siamo tutti uguali e l'università non dovrebbe essere per tutti. Chi non ha le capacità dovrebbe fare altro. Ecco, l'ho detto. 

Il migliore e il peggiore ricordo della tua esperienza universitaria.
Il ricordo migliore è senz'altro quello dell'atmosfera della mia facoltà. Era un ex monastero benedettino, era bello da vedere e da vivere. Trascorrevo lì intere giornate a studiare, a parlare coi colleghi, a cazzeggiare anche. Era perfetta per ogni occasione, era bellissima sia al mattino presto che di notte. Lì mi sentivo bene. Il peggiore ricordo è quello dell'ultimo esame, che durò più di tre ore. Fu tremendo, un massacro: e se non l'avessi passato, non mi sarei potuta laureare. Ero davvero sfinita, quando terminò ebbi una specie di crisi isterica e feci la strada del ritorno a casa ridendo da sola. 

Per concludere: avendo tu letto il mio romanzo e provenendo dal sud, c'è qualcosa di cui sei rimasta particolarmente stupita nel leggere la storia di un "giovane del fatato norditalia"? 
Sicuramente sono rimasta affascinata dalla "velocità" con cui racconti gli eventi, intendo dire che ti soffermi poco sulle pause (se ce ne sono state), sulle tue riflessioni, sui tempi morti, per raccontare un continuo di fatti, di routine, di frasi estremamente banali. Sembra che non ti sia mai fermato e per me è una cosa difficile da capire: io non vivo una vita frenetica nemmeno adesso che vivo a Milano. Non è questione di pigrizia, è che per me ogni cosa merita un suo tempo, anche l'otium. 


In verità, fermarmi mi son fermato, anche a più riprese, nell'attesa che da mille CV spuntasse un germoglio. E' che devo ancora elaborare una maniera efficace per descrivere il nulla in maniera intrattenitiva. O forse è proprio vero: non mi sono mai fermato, gettandomi pro-portafoglio in tutti gli incarichi tampone narrati.
Mi concedo una manciata di minuti per rifletterci. Nel mentre ringrazio Ornella, le faccio un grande in bocca al lupo e vi invito a seguire i suoi interessanti blog.

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