martedì 13 marzo 2012

PRIVATO, PUBBLICO E SOCIAL NETWORK

Bene signori miei, facciamo un balzello nel futuro. Non ci vuole un genio, anche perché "the future is now". Sicuramente molto di più altrove, ma se guardiamo bene lo è anche attorno a noi.

Mi trovo a leggere sul Corriere della Sera in merito alle ispezioni dei social network da parte tanto di realtà accademiche verso gli studenti, quanto di aziende verso i propri dipendenti. Se con la prima in Italia possiamo ritenerci al sicuro dato che le nostre università e le nostre scuole non seguono il modello "college", il discorso è molto differente col secondo caso. Pur premesso che da noi non siamo -credo- ancora sotto un sistema orwelliano quando si parla di lavoro, è comunque vero che tramite la giocosità o per colpa di ficcanasaggine da portinaia spesso ci ritroviamo con nelle notifiche del nostro social network una "proposta (d'amicizia) che non si può rifiutare".

Anche nella migliore delle ipotesi, cioè quella della simpatia, dobbiamo comunque tutti recitare un piccolo mea culpa e imparare che quando c'è il lavoro di mezzo, nel 99% dei casi amici fino in fondo non lo saremo mai, quindi:
  1. sforziamoci di evitare di connettere social network "intimo-ludico-ricreativi" coi colleghi o i superiori attuali, per quanto simpatici o nostri fantasmagorici mentori. Con loro, il massimo che va bene è connettere LinkedIn, ma anche qui attenzione: sicuri sicuri di voler far sapere che siete disponibili a ricevere proposte di lavoro? Occhio...
  2. prepariamoci i dovuti filtri per la privacy e pure una bella balla di contorno su quanto poco siamo avvezzi ai social network. "Lo usavo prima, ma ora m'ha stancato, nemmeno lo apro più" giustifica la vostra conoscenza in materia (cosa che per chi lavora nel marketing e nella comunicazione certamente torna utile) e vi trae ampiamente d'impaccio;
  3. sentiamoci in ultima istanza autorizzati a volerci fare i cazzi nostri nella nostra vita privata.
Raccontandovi un po' della mia gestione personale in merito, seguendo i 3 punti di cui sopra vi dico che:
  • mi sono dato la regola di autorizzare solo ed esclusivamente ex-colleghi (che mi stanno simpatici, ovviamente. Gli altri possono stare in eterna "attesa di approvazione");
  • coloro che ahimè ho fatto l'errore di approvare in passato sono ora debitamente filtrati. Rimuoverli potrebbe causarmi non pochi problemi nel contesto sociale aziendale, quindi lascio che vedano qualcosa ma non tutto;
  • i nuovi colleghi che si vogliono connettere ai miei social possono tutti restare ad attendere finché io o loro saremo a lavorare altrove. Nonostante io sia stato sempre cauto, mi sono reso conto che alcune leggerezze commesse in passato nell'includere gente nei miei social avrebbero potuto ripercuotersi in maniera poco piacevole sul poi. Meno male che lavoro con gente poco istruita in materia;
  • per finire, data la mia posizione contrattuale attuale non è e non dev'essere un problema il fatto che il mio (poco usato, ammetto) LinkedIn riporti che sono disponibile a valutare proposte.
Un problema a cui invece mi sono trovato di fronte a causa della voglia di primeggiare di taluni e della mancanza di professionalità di talaltri, è la richiesta di utilizzare i social network dei dipendenti per dare supporto all'azienda, oppure di mettere a disposizione altri tipi di account personali a scopo aziendale. Facciamo un ragionamento più retro' e quindi forse meglio comprensibile per tutti: se si parla di numero di telefono personale, per una serie di motivi di educazione e di riservatezza aziendale nessuno si sognerebbe d'imporre che un dipendente lo divulghi ai clienti. Bene, cari retrogradi, ora applicate lo stesso ragionamento a questi benedetti mezzi tecnologici e non prendetevela se un Mattia Colombo a caso lavora per/con voi e:
  • non vuole per forza di cose andare oltre il semplice "mi piace" alla vostra pagina aziendale su Facebook o al "follow" su Twitter. Commenti agli status e condivisione coi contatti personali sono eventualmente un regalo e non un qualcosa da sollecitare;
  • si rifiuta di mettere a disposizione il proprio Dropbox per condividere cartelle con gente sconosciuta e far girare file aziendali che potrebbero essere divulgati tramite account -appunto- aziendali;
  • non crede nella filosofia "Compagnia delle Indie - un gruppo di amici sinceri" e quindi vuole mantenere un certo "distacco social";
  • non si farebbe il benché minimo problema a spiegarvi la propria visione in merito in caso di necessità, a differenza dei pecoroni che proferirebbero un mesto "zi badrone" e basta.
Il lavoro è lavoro, la vita privata è vita privata. Facile a dirsi, un po' meno facile è invece fare le dovute differenze quando ci sono contesti che seguono determinate dinamiche socio-comportamentali oppure situazioni che non sono professionali ma impongono comunque un'etichetta.
Alla fine di questo lungo discorso, se da una parte credo che questa dei social network sia un bolla destinata a sgonfiarsi, dall'altra viviamo in un mondo tecnologicamente sempre più interconnesso ed è al momento abbastanza complicato definire le linee di confine fra i vari settori della propria esistenza.
A cercar di far piacere a tutti se ne esce pazzi, quindi in ultima istanza quel che scelgo io è di avere una dimensione che faccia in primis sentire a mio agio me stesso.  Il lavoro dura 8 ore, la giornata 24: 16 sono quindi nostre e nostre soltanto, non dimenticatevelo.

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