martedì 12 giugno 2012

LA STORIA DI FRANCESCO

Ogni tanto qualcuno ne ha abbastanza e parla. Anzi, scrive.
Oltre che il caso mio, è il caso anche di Francesco Petrone, autore del libro "Quando la Onlus diventa un guadagno - Tecniche per arricchirsi salvando i bambini".

Francesco mi ha contattato raccontandomi di sé, dei suoi trascorsi e soprattutto del libro in questione, che ho letto molto volentieri, trovandolo informativo ed intrattenitivo al tempo stesso. Passare ad un'intervista mi è quindi sembrata la cosa migliore.

Francesco Petrone, brillante laureato in...?
Sono laureato in Filosofia e Storia presso l’Università degli Studi di Napoli (anno 2004 col vecchio ordinamento). Ho poi conseguito un Master di primo livello presso l’Université Libre de Bruxelles, in Belgio. Il Master era in Scienze Politiche, anno 2007. Ho contemporaneamente ottenuto un DEA (Diploma di Studi Avanzati, equivalente al nostro Master) con il dipartimento di Filosofia Politica dell’Università di Barcellona, in Spagna, anche se nella mia tesi ho trattato alcune teorie delle relazioni internazionali. Ho lavorato come organizzatore di eventi, informatico, ho scritto articoli (non retribuiti) per alcuni giornali locali, ho girato tra Belgio, Lussemburgo e Francia del Nord allestendo stand e occupandomi di logistica. Ho anche lavorato per qualche mese in un call center, come venditore per un teatro a Londra e, ovviamente, come dialogatore  per la Onlus di cui parlo nel libro. Parlo cinque lingue e ho trent’anni.

In quanto al tuo libro, qual è lo scopo per cui l'hai scritto?
Prima di tutto ho voluto raccontare la mia esperienza personale come dialogatore per conto di una grande Onlus. Dopo aver terminato i miei studi ho pensato che fosse arrivato il momento di mettere in pratica le mie conoscenze. All’epoca avevo circa 26 anni ed ero appena rientrato in Italia dopo le mie esperienze all’estero. All’inizio ho cercato un po’ di tutto per sbarcare il lunario a Roma. Poi, dopo vari colloqui, ho scelto di lavorare come dialogatore con la speranza recondita di poter entrare in questa grande Onlus per i diritti dei bambini ed occuparmi più direttamente dei progetti, delle relazioni con le istituzioni e così via. Insomma,  pensavo che dopo un po’ di “gavetta” avrei potuto entrare a far parte dell’ organizzazione occupandomi di qualcosa di più attinente ai miei interessi e ai miei studi. Invece ho trovato la realtà che ho descritto nel libro. A questo punto ho avuto una vera e propria crisi: vivevo una realtà ogni giorno più insolita in cui mi si presentavano spesso delle situazioni raccapriccianti. Inizialmente ho voluto capire bene le dinamiche poi mi sono interessato sempre più ad osservare come cambiano le persone quando fiutano la possibilità di diventare ricche, non importa in che modo. Insomma mi sembrava assurdo che molte persone (ovviamente e fortunatamente non tutte) aspirassero a fare soldi “vendendo povertà”, per riprendere l’espressione che uso nel libro.
Il tutto mi ha portato poi a considerazioni di più ampio raggio: spesso le frustrazioni di chi non trova lavoro, o non è soddisfatto di quello che ha, giocano a favore di multinazionali come la Serpente, in continua ricerca di gente “affamata” per vendere i progetti umanitari che propone. Ecco, alla fine il mio obiettivo è stato quello di denunciare come l’attuale precarietà giovanile porti spesso a “doversi adattare” a situazioni lavorative completamente assurde.

La "Serpente Marketing" che ci presenti ha un metodo piramidale che potremmo definire "diabolicamente geniale". Quando pero' tratta prodotti per il settore profit, a tuo parere, decade il "diabolicamente" e resta il "geniale"?
La Serpente ha una divisione profit e una no-profit. Il mio giudizio è che c’è una bella differenza tra la vendita di un prodotto per un consumo concreto (come può essere una tessera per la TV, un prodotto come la Coca–cola oppure un aspirapolvere o un’enciclopedia) e la vendita di un progetto  umanitario come può esser, per esempio, aiutare una comunità di bambini che non hanno acqua potabile. Nel primo caso un cliente può avere bisogno o meno del prodotto e, quindi, in base alle sue necessità  deciderà se comprarlo o no. In tutto questo il cliente non avrà alcun senso di colpa: se non gli serve non lo compra e basta. Se usate soltanto in quest’ambito, devo affermare che le tecniche di vendita adottate dalla Serpente sono effettivamente “geniali” e molto spesso funzionano. Per quanto riguarda la vendita dei progetti umanitari il discorso cambia soprattutto perché, se usate in maniera micidiale, le tecniche della Serpente possono far sentire in colpa il potenziale cliente se non aiuta. La perversità sta nel fargli credere che i giovani dialogatori (molto spesso il sostenitore crede essere dei volontari) siano lì a lottare per un mondo diverso e abbiano bisogno anche del suo aiuto. 

Il tuo libro starà certamente contribuendo ad innalzare lo scetticismo verso le situazioni di cui racconti. Com'è quindi possibile fare beneficenza in maniera sicura? E per strada ci consigli di diffidare di tutti?
Secondo me il mezzo più sicuro per fare beneficenza è farlo direttamente, quando possibile, oppure tramite delle associazioni che mostrano risultati concreti e tangibili. Inoltre credo che le persone dovrebbero rivolgere più lamentele a chi fa politica poiché oggigiorno i motivi per cui molti problemi non vengono risolti sono puramente politici. In base alla mia esperienza molte delle più grandi Onlus cercano soprattutto visibilità all'interno dei media. Allo stesso tempo, però, non mi va e non posso neanche generalizzare. Ci sono molti dialogatori, in giro per le strade d’Italia e non solo, che sono contrattati direttamente dalle Onlus e non da imprese come la Serpente. Questi hanno uno stipendio normale (e non cifre stratosferiche come alla Serpente) e svolgono il loro lavoro correttamente, senza quei training giornalieri su come rispondere, come muoversi e come “aggredire psicologicamente” i sostenitori. Quando ci si ferma a parlare con questi dialogatori, si può chiedere se siano contrattati da una multinazionale come la Serpente (normalmente sul tesserino che indossano è riportato) oppure direttamente dalla Onlus per cui lavorano. In questo secondo caso sono maggiormente affidabili, a mio avviso. Molte volte mi fermo ancora  a parlare con i dialogatori, e trovo molto più innocente e naturale, nonché animato da vero spirito di solidarietà, chi è in giro per strada e percepisce uno stipendio normale direttamente dalla Onlus.
Infine ci tengo a precisare che tutte le Onlus che sono partner della Serpente o di altre imprese come lei sono tra le più grandi al mondo: solo chi ha già una certa visibilità può garantire certi profitti alla Serpente. Di conseguenza mi sento di spezzare una lancia a favore delle piccole Onlus, le quali si muovono in ambiti spesso locali e con poche risorse. Non possono generare i profitti che generano le grandi e, quindi, non lavorano seguendo schemi come la Serpente fa con le grandi Onlus. A mio avviso queste sono più affidabili, o comunque non adottano sistemi di fund-raising come le grandi. A pensarci bene è un po’ quel che avviene tra le multinazionali e le piccole e medie imprese: queste ultime spesso vengono soffocate dalla potenza delle prime. Ecco, un altro consiglio per chi voglia donare, secondo me, è farlo presso le piccole Onlus prevalentemente, a meno che le grandi non cambino partner.

Quale sarebbe inoltre il tuo consiglio alle varie ONG per la raccolta dei fondi?
Prima di tutto voglio ribadire che la scelta di partner come la Serpente da parte delle grandi Onlus è del tutto legale. L’aspetto raccapricciante è appunto questo connubio tra chi vuole creare profitti, promettendo ricchezze che spesso non sono reali a giovani precari, e sfrutta immagini di povertà e calamità umane per raggiungere i suoi fini, e chi invece, dall’altro lato, ha dei fini filantropici e altruistici. Prima di tutto ritengo che dovrebbero fare in modo di adottare altre strategie di raccolta fondi. Queste strategie non dovrebbero essere così spietate come quelle usate dalla Serpente, ma motivate da vero spirito altruistico. Non ci trovo nulla di strano che i dialogatori, o chiunque si impegni nella raccolta fondi, percepiscano uno stipendio normale, oppure “alto” (diciamo 2000-2500 euro al mese per capirci), ma arrivare a guadagnare quasi 1000 Euro al giorno non mi sembra tanto coerente con la filantropia delle Onlus. Insomma credo che le ONG dovrebbero prendere le distanze da chi “gli fa fare un botto di soldi, sbucciando le coscienze dei sostenitori come si sbucciano le banane” per citare un altro mio collega che è tra i protagonisti della mia storia. Se riescono ad assumere il loro vero ruolo, liberandosi di questi partner e ispirando maggior fiducia per quanto riguarda i metodi che adottano, sarò il primo a sostenerle di nuovo.

Parlando di te, invece, hai vissuto in Spagna e Belgio. "Sbornie da estero" a parte, cosa credi che queste due nazioni abbiano in più e in meno rispetto all'Italia? Cosa possiamo insegnare loro e cosa abbiamo da imparare?
Attualmente credo che il disagio giovanile (soprattutto a livello lavorativo, ovviamente) sia generale. Sotto questo punto di vista non ci sono molte differenze tra Belgio e Spagna da un lato e Italia dall’altro. Forse in Belgio, per via della presenza di più istituzioni, ci sono maggiori possibilità di trovare lavoro, ma è soltanto una mia impressione non corroborata e sostenuta da dati. Le differenze sostanziali credo siano nel tipo di partecipazione. Ho l’impressione che in Italia molti movimenti si basino ancora su logiche di partito, mentre in Spagna, per esempio, l’ormai mondialmente conosciuto movimento degli “indignados” è nato dal basso e ha rifiutato ogni forma di coinvolgimento politico. C’è poi una differenza nel tipo di reazione alla crisi: da noi si tende sempre a vedere tutto in maniera eccessivamente negativa; in Spagna e Belgio, invece, di fronte ai problemi ho visto gente rimboccarsi le maniche anche dopo aver perso il lavoro, magari ricoprendo posizioni prestigiose, e adattarsi a qualsiasi situazione lavorativa gli si presentasse pur di andare avanti.

Attualmente di cosa ti occupi e quali sono le tue prospettive?
Dopo la mia esperienza alla Serpente e qualche altro “lavoro di sopravvivenza” sono entrato in un programma di dottorato all’Università di Barcellona, in Spagna. Attualmente sono dottorando in questa università e mi occupo di global governance, relazioni internazionali e diritti umani. Per ora sono impegnato in  questo, cerco di pubblicare articoli e porto avanti il mio progetto di tesi. Ho imparato a fare progetti a media scadenza: quelli  troppo lunghi si sono rivelati quasi sempre controproducenti.

Per concludere: avendo tu letto il mio libro, credi che nella comune tristezza della ricerca di lavoro e degli incarichi-salvagente ci siano differenze fra la "mia" Milano e la "tua" Roma?
Credo che le differenze ormai siano realmente poche e mi convinco sempre più che gli incarichi salvagente stiano diventando sempre più rari da trovare in entrambe le città. Anche la tua esperienza è significativa e interessante. Per molte persone, e credo siano veramente tante ormai, che come me e te cercano degli impieghi momentanei, la concorrenza è davvero spietata. Tuttavia, ritengo che dobbiamo continuare comunque con la ricerca di lavoro senza perdere la speranza e, soprattutto, “denunciare” le esperienze di ingiustizia, di opportunismo e, in alcuni casi, perfino di violazione di certi nostri diritti come quello di poter decidere sulle nostre vite.

10 commenti:

  1. ONLUS: una contraddizione in termini, da quando l'ordine di S. Francesco è stato stravolto, credo prima della sua morte se nn ricordo male, non mi risultano Onlus, se vuoi dare, vuoi dare e non chiedi rimborsi, non si fa mai niente di niente, e l'uomo prende in giro solo se stesso quando dice che 'fa qualcosa per gli altri', i casi ormai sono così rari da risultare inesistenti

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    1. Onlus e ONG non possono reggersi in piedi solo grazie al volontariato, questa è una cosa da capire: se si vuole operare bene ci vogliono professionisti, e i professionisti vanno pagati dato che non si vive d'aria fritta.
      Da qui al lucro c'è un abisso, ed è appunto di lucro estremo che Francesco racconta nel libro

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  2. Grazie Mattia e grazie Francesco per questa bella testimonianza! Non ho letto il tuo libro Francesco ma voglio farlo quanto prima, perchè oltretutto la mia storia personale ha dei punti in comune con la tua: anche io ho lavorato come dialogatrice, ho vissuto in Belgio e sto per iniziare un dottorato. Condivido in pieno quello che tu dici, e ho vissuto in pieno la disillusione di chi voleva lavorare per il non profit per fare "del bene" e poi scoprire cosa ci sta dietro. Per vari motivi mi sono trovata faccia a faccia con uno dei capi della "Serpente" (non so se sia la stessa del libro e se non lo è credo sia molto simile) e almeno mi sono tolta lo sfizio di dirgli cosa pensavo: quando vendevo profumi nei centri commerciali o biglietti per spettacoli teatrali il mio era solo un lavoro, non mi sentivo di ingannare nessuno. Invece vendere "buone azioni" alla gente mi faceva proprio star male, perchè guadagnavo un tot su ogni nuovo donatore trovato e facevo leva sul senso di colpa della gente.
    Cosa che non so se a te è capitata e non so se affronti nel tuo libro: io ero anche schifata dal fatto che la mia "Serpente", pur considerandosi cosi' filantropa, facesse davvero dei contratti indegni ai dialogatori, per esempio 5 settimane con compenso minimo bassissimo e possibilità di arricchirsi solo sul numero dei donatori trovati.

    Ti auguro insomma buona fortuna e poi ti diro' che penso del libro!

    Giulia

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    1. Grazie a te Giulia per aver letto

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  3. Francesco Petrone13 giugno 2012 16:59

    Ciao Giulia, grazie anche da parte mia per la risposta. Prima di tutto voglio dirti che il senso di disillusione l'abbiamo vissuto in tanti, credimi. Era nelle tecniche usate per raccogliere nuovi sostenitori, nelle false amicizie che nascevano perchè "il lavoro lo impone altrimenti non guadagnerai sugli altri membri della tua squadra", e, più in generale, nel sistema intero che si è rivelato intrinsecamente contraddittorio e ipocrita. Oltre al fatto di guadagnare percentuali sui nuovi sostenitori, nella "mia" Serpente (che, sulla base delle indicazioni che hai fornito, credo sia diversa dalla "tua") il sistema piramidale prevedeva che il manager (cioè colui che, dopo aver superato dei criteri di crescita, era riuscito ad aprire e gestire un ufficio di "suoi" dialogatori) ricevesse percentuali su ogni sostenitore che i membri della sua squadra raccoglievano. Il risultato erano guadagni stratosferici, soprattutto se aveva una squadra che lavorava bene e riusciva a "vendere" molto. Tra l'altro una società di marketing che ha come clienti delle multinazionali come Sky o Coca-cola (settore profit) da un lato e delle grandi ONG dall' altro (no-profit?), usando per entrambe le stesse tecniche di vendita, mi pare "alquanto" insolita...
    A questo punto le scelte erano due: o seguire questo sistema, andando avanti con i paraocchi, oppure indignarsi per via della poca etica e dell' assurdità di certe situazioni. Io ho deciso di seguire la seconda via, anche perchè avevo l'impressione che mentre si generavano profitti per le ONG (e indirettamente, quindi, per i progetti umanitari che si "vendevano") si creava un sistema di sfruttamento di molti giovani precari e in cerca di lavoro. Basicamente la mia riflessione parte da qui. Oltre alla mancanza di morale da parte di questo tipo di attività, quanto è etico far presa sulla precarietà giovanile, promettendo ricchezze illusorie, "vendendo povertà"? (E' la frase che troverai anche sulla quarta di copertina). All' inizio non la pensavo in questi termini, ho maturato questa riflessione dopo aver assistito a molte situazioni che ho cercato di riassumere nel libro.
    Grazie ancora e, se avrai voglia di leggere il libro, mi farà piacere sapere cosa ne pensi! Francesco

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    1. Ciao Francesco! Bè, almeno "mal comune mezzo gaudio", verrebbe da dire, ma in realtà è veramente triste che ci sia più di una "serpente".. e sono d'accordo con tutto quello che dici, è orrendo sfruttare i precari per "vendere povertà". Io sono scappata quasi subito da questo lavoro ma purtroppo c'è sempre più gente che ci "casca", sia perchè obbligati da problemi economici a fare i dialogatori, sia perchè, in buona fede, vogliono sostenere una ONG.

      Domanda tecnica: in che librerie trovo il tuo libro? O è meglio farmelo spedire? Non abito in una grande città e non so se sia possibile trovarlo..

      In bocca al lupo!

      Giulia

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  4. Francesco Petrone16 giugno 2012 18:26

    Ciao Giulia, crepi il lupo! Per quanto riguarda la tua domanda tecnica, ti aggiungo un link con i punti di distribuzione e vendita del libro nelle varie regioni d' Italia. Se non lo trovi (la prima tiratura era di poche centinaia di copie), puoi ordinarlo e ti arriva in due o tre giorni.

    http://store.aracneeditrice.com/it/rete_vendita.php

    Altrimenti si può ordinare online.

    Tanti saluti e spero che ti piacerà la lettura del libro !

    Francesco

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  5. Ciao Francesco!! Ho letto il tuo libro e l'ho trovato molto interessante.. certi punti mi ricordavano proprio la mia esperienza, anche se io ho resistito un solo mese e quindi non sono forse mai arrivata a conoscere certi meccanismi. Però ho lavorato come Project Officer in due ONG europee e anche li di materiale per scrivere un libro ce ne sarebbe eccome!

    Ho anche lasciato un commento sul blog di Solferino 28 (un po' anche per difendere la categoria dei laureati umanistici e dei dottorandi, di cui faccio parte :) )

    In bocca al lupo ancora!

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  6. se fossi arrivato prima a questo articolo, non avrei dovuto vivere tutto lo schifo dietro una di queste agenzie di marketing che collaborano con le ong. Ottima intervista grazie Francesco

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  7. La questione anomala o.n.g. consiste che è divenuto un modo per farsi finanziare da tutti, anche dai “nemici”, proponendosi impegnate nella filantropia, ma poi condurre prioritariamente propaganda ideologica (marxista…). Questa tradizione si è avviata nel secondo dopoguerra perlopiù seguendo i gruppi mistici nel farsi passare “no profit”, in scopo di finanziarsi le spese di esercizio con donazioni, ma divenuto poi un modo per apparire eticamente meritevoli e incassare tanto ma soprattutto da tutti, anche quelli che se consci delle attività reali, si asterrebbero dal contribuirvi. Il pioniere dell’ “incassa e dimentica” fu probabilmente Sun Myung Moon, il santone coreano che facendosi legalizzare “no profit” dappertutto a suon di avvocati, riuscì a deviare alle sue aziende, centinaia di milioni di dollari. Questa epopea della truffa, la racconto nel mio libro “Sun Myung Moon e la Sindrome del Piccolo Dio” acquistabile su Amazon o scaricabile gratis qui http://lasindromedelpiccolodio.blogspot.it/

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