mercoledì 8 agosto 2012

LAUREARSI CAMPIONI


"No pain, no gain" si dice a Londra e dintorni. Niente dolore, niente vittoria. Ma attraverso quanto dolore è lecito passare per laurearsi campioni? E soprattutto: come si costruiscono i campioni?
Al culmine delle Olimpiadi 2012, viste alcune tegole piovute sui cinque cerchi, fermarsi a riflettere è cosa necessaria per chiunque voglia andare oltre, chiedendosi cosa celi il dietro le quinte del più importante palcoscenico sportivo mondiale.

Scontato dire che l'eccellenza sportiva sia sempre stata ambizione prima politica che atletica, tanto per nazioni con smanie di dominio globale quanto per paesi emergenti. Il vigore fisico come vigore d'immagine, la spedizione per il medagliere come una terrena competizione per il suolo lunare.
Il punto è che funziona: chi ha grosso modo la mia età pensi alla considerazione che ha degli Stati Uniti, della Russia e della Cina; chi ha il doppio dei miei anni faccia lo stesso; chi ne ha la metà, pure. Le risposte saranno differenti, ma il contributo sportivo innegabile.

Come si sfornano allora i campioni che renderanno luminoso e rispettato il volto del Paese?
Ci viene detto "dedizione", e la dedizione comporta sacrificio. Qual è però il limite lecito del sacrificio quando leggiamo di quel che da anni succede in nazioni come la Cina? Atleti allevati come polli in batteria, come cani da corsa o forse meglio cani da combattimento. Pressione psicologica, pressione fisica, infanzie derubate nonostante fiumi di carte dei diritti. Perché essere olimpionico a 14 anni -o anche concretamente meno, visti diversi magheggi burocratici- ne comporta per lo meno la metà in quanto a fatiche e vita a regime. Non è solo talento e nemmeno solo disciplina. E' qualcosa che va oltre, con un protagonista che può annuire con la testa pur senza essere padrone della propria scelta, in balia di genitori che lo consegnano ad allenatori che lo spremono. C'è ben poca pedagogia, ben poco aspetto ludico. Paradossalmente, ben poco spirito olimpico.
Fosse una persona con sufficiente maturità a decidere per sé stessa, nessun problema. Qui invece si dice no alla prostituzione, no alla schiavitù, ma poco di concreto si muove di fronte a quella che non di rado si rivela -per quanto ben mascherata- un'altra tratta dei corpi. E il giorno che non ce la fai, o il giorno che non servi più: ciao.

Cambiando posto invece, lasciando il terzo o il secondo mondo per dirigersi nel primo -quello delle mamme alfa, dello sport dopo la scuola e delle coppe in cameretta da far ammirare agli zii- ci s'imbatte in un'altra drammaticità: quella di chi non avendo problemi, se li crea. Una drammaticità, in poche parole, da bambini viziati. E l'esempio, purtroppo, ce l'abbiamo in casa: Alex Schwazer, che oltre la pettorina dovrebbe rispettare anche la propria divisa dato che -per lo meno sulla carta- è pure Carabiniere.
La vicenda in sé, a ben vedere, in superficie ha una patina di comicità: dai Kinder Pinguì alle smorfie lacrimose in TV passando per storielle e giuramenti di cui è lecito dubitare. Ricorda un po' Schettino per la maldestrezza nel gestire il guaio, e viene quindi da ringraziare che non fosse nel canottaggio. Oltre la superficie e sotto le battute c'è però un garbuglio psicologico complesso, dove giocare sporco diventa una prassi accettabile a fronte dell'esigenza di risultato a cui si viene sottoposti. E fa bene il padre ad interrogarsi, e parimenti dovrebbero fare quelli della squadra e della federazione.
Ora che siamo nel momento del processo mediatico, io dal punto di vista umano auguro a Schwazer di imparare la lezione e proseguire serenamente con la propria vita; sotto il profilo sportivo, invece, mi auguro tanto una punizione esemplare quanto che Alex decida di scoperchiare la pentola del doping olimpico. Quello sarebbe coraggio, quello sarebbe il contributo di un pentito. Tutto il resto chiacchiere, lacrime di coccodrillo, scuse di chi codardamente tira persino in ballo i successi della propria fidanzata al fine di giustificarsi. Spiacenti Alex, ma qui ci vuol qualcosa di più per riscattarsi: sono classe '84 anch'io, non ho introiti né da sportivo né da testimonial di merendine e sudo per i risultati che vorrei ottenere senza comunque aver mai tentato di rubare per essi. Se -come talvolta mi dice qualcuno- io non ho diritto di lamentarmi per quanto capitatomi, tu non hai diritto di chiuder questa vicenda venendo semplicemente compatito per l'ansia da risultato.

Nel mentre, nazioni altrimenti anonime compaiono sulla mappa, ci appassioniamo a sport a cui l'egemonia calcistica solitamente leva ossigeno e alcuni di noi, magari, hanno anche un biglietto per una delle gare. Dalla cerimonia d'apertura a quella di chiusura, le Olimpiadi sono uno spettacolo magnifico, che riempie gli occhi.
Ogni volta che c'è un podio o un record infranto, però, credo sia giusto chiedersi: tutto oro (o argento, o bronzo) quello che luccica?
A voi la risposta.

2 commenti:

  1. Bel post, mi piace! In particolare la frase "sono classe '84 anch'io, non ho introiti né da sportivo né da testimonial di merendine e sudo per i risultati che vorrei ottenere senza comunque aver mai tentato di rubare per essi". Mi sono piaciute poco le parole di Alex, quel suo "ero stufo di essere solo il fidanzato di.." e tutto il resto. Penso che quando una persona ha troppo, inizi a perdere il contatto con la realtà...

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  2. Grazie per il parere positivo.
    Vedremo come finirà la vicenda Schwazer. Mi piacerebbe sapere cosa lui stesso ne penserà fra 6 mesi.

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