venerdì 14 settembre 2012

TUTTO OK PER LE DONNE?

Se vale il "basta che se ne parli", vorrà allora dire che sto per donare il mio mattoncino a favore della popolarità di Abercrombie & Fitch.
Di chi stiamo parlando? Del marchio per cui gli adolescenti vanno pazzi e di un'azienda la cui filosofia commerciale può essere riassunta con l'immagine di cui sopra.

Insomma, esponi i manzi che poi accorrono le pulzelle. Che poi sì sa cosa tira più che un carro di buoi, quindi dentro tutti.
Succede davvero così: fra chi vuol vedere, chi vuol comprare e chi è costretto a seguire, i negozi A&F attualmente strabordano di gente come forse solo quelli di Apple nel giorno dei nuovi i-Qualcosa.

Se da un lato la strategia di marketing è -visti i risultati- ottima, dall'altro mi pare incoerente che a livello sociale cose del genere vadano giù come un bicchier d'acqua.
Il perché, spiace ma è presto detto: le protagoniste non sono le donne. Nel senso che gli oggetti non sono le donne e i loro corpi. E' così difficile immaginarsi quale pandemonio sarebbe scoppiato se nei punti vendita di un tale brand si fossero trovate orde di signorine parimenti abbigliate, coperte sotto e niente sopra, oppure -senza andare tanto in là- col bonus del reggiseno?

Qui ritorniamo a quanto narravo nel mio romanzo Brillante laureato offresi circa la disparità di genere. Circostanze diverse quelle nel libro, ma il punto è sempre uno: il concetto di discriminazione sessuale in Italia (per lo meno) è di per sé interpretato in maniera discriminante.

Come si può perciò ambire alla parità, quando sulla strada verso essa la manutenzione non si preoccupa delle varie corsie nella medesima maniera?

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