giovedì 2 gennaio 2014

"PERCHE' NON HAI UN EDITORE?!"

La domanda mi è stata rivolta molto spesso.
Dalla strada alla TV, ho sempre risposto sinteticamente. Oggi però c'è occasione di andare in profondità. Sarò davvero lo sfigato senza editore che alcuni credono?

Un amico mi ha segnalato un post del blog Scrittori In Causa che colpisce la faccenda dritta al cuore. Il titolo la dice già lunga: "Editori a pagamento e supercazzole". In 5 minuti di lettura potrete avere una visione completa circa cosa si presenti ad uno scrittore emergente sotto l'ala protettiva di nessuno. Cioè il 99% di chi ci tenta; cioè io.
Trattasi in poche parole di pagare per essere pubblicati. Badate bene che in mezzo a queste manovre non ci sono solo editori straccioni o truffatori dell'ultimo minuto: per la maggiore, infatti, trattasi di rispettabili nomi dell'editoria nostrana.

Parliamoci chiaro: uno, se il gioco valesse la candela, potrebbe anche scendere a patti col Gatto e la Volpe. Il punto però non sta in quante copie vengano stampate e nemmeno veramente nel tipo di distribuzione che verrà riservata all'opera. Pensate un attimo a quando entrate in una qualsiasi libreria per dare una curiosata: conta chi c'è o non c'è? No, conta chi balza all'occhio. Quindi, per chi punta a farsi un nome, conta il marketing che verrà riservato all'opera, la promozione. Capitolo sempre avvolto da fitte nebbie.
Personalmente, ho visto alcuni conoscenti lavorare alacremente a propri libri (belli o brutti che fossero) per finire a stipulare accordi con editori che per una dozzina di centinaia di Euro hanno stampato un tot di copie, aggiornato il proprio catalogo e poi lasciato il tutto in mano agli autori medesimi. Ciao. Questo è avere un editore? No, questo è avere poco più che un servizio di copisteria...con la differenza che a un tipografo non vanno ceduti i diritti della propria opera.
Quando perciò è stato il momento di uscire con Brillante laureato offresi, io ero consapevole di non avere né tempo, né denaro, né pazienza da perdere. Forte dell'esperienza di autoproduzione/autopromozione precedentemente maturata con la musica, ho deciso di optare per gestirmi anche qui totalmente in proprio.

Soddisfatto dei risultati? Più sì che no.
Più sì perché:
- i download sono stati migliaia, partendo in tempi (l'editorialmente parlando lontano 2011) in cui ancora la parola "e-book" era ignota alla massa;
- ho attirato l'attenzione di media di primo livello, oltre che di una fitta schiera di interessanti realtà del Web.
Quel che mi è mancato, cioè diventare nazional-popolare e presentare il prossimo MasterChef, sono certo che non l'avrei potuto ottenere siglando un contratto con un editore che non fosse un big del panorama e che, assieme, in me non vedesse il caso letterario del momento.

E sarà anche vero che per riempirsi la bocca mi sarebbe stato più utile poter "fingere di vantare" una casa editrice dalla mia, anziché un e-book gratuito dal mio portale e un proletario self-publishing per i bramosi di carta in mano.
Già, in questa era in cui per molti l'abito fa il monaco avrei dovuto pensarci. E infatti a suo tempo ci ho pensato, ma poi ho preferito agguantare col mio impegno anziché con un contratto-supercazzola quel che una casa editrice di media portata avrebbe potuto, forse-magari-chissàquando, farmi raggiungere. E i diritti del libro sono interamente in mano mia, quindi se mai bussasse il colosso editoriale di turno -o uno dei rarissimi seri editori underground- per far di me "il Fabio Volo dei precari" o "il Beppe Severgnini dei giòvani", potrei decidere del mio destino senza attendere la natural scadenza di eventuali patti col diavolo.

Facciamo però un passetto in dietro.
A chi, fra la schiera degli scrittori, "sta bene" il meccanismo dei contratti-supercazzola? Sprovveduti a parte, sta bene soprattutto a chi si muove in ambito scolastico/accademico, dato che appunto sono le pubblicazioni ufficiali (con codice ISBN e un nome editoriale che sia possibilmente sinonimo di qualità) a permettere infoltimenti di CV e relativi avanzamenti di carriera. Questo non vuol dire che gli accademici pubblichino merda, affatto, ma di sicuro pubblicano opere che hanno un mercato così ristretto da non poter nemmeno essere chiamato tale, sul quale nessun editore con esigenze di sbarcare il lunario investirebbe mezzo centesimo. E' già un evento, infatti, quando l'editore stampa gratis perché la distribuzione sarà gestita dall'autore (cioè: il tal docente farà adottare il testo ai propri studenti).
In casi del genere trattasi di tacito accordo, e per quanto poco romantiche possano sembrare le modalità c'è da ammettere che di alcuni testi cartacei dall'alto profilo contenutistico ma basso profilo commerciale ne abbiamo beneficiato tutti, sui banchi di scuola e università. Probabilmente con lo sviluppo della fruizione on-line molte cose cambieranno radicalmente nel giro di qualche anno.

Quello accademico però è un fronte assai diverso soprattutto per la sostanza (e in molti casi anche la minuziosità di controllo) di ciò che viene pubblicato. E' importante accennarlo ma non è questa la sede per analizzarlo. Il cancro editoriale che va eliminato è quello tramite cui molti scrittori alle prime armi si lasciano sedurre da proposte fraudolente, per poi ritrovarsi come se nulla fosse stato...a parte il portafoglio più leggero e alcuni scatoloni pieni di copie del proprio libro da smerciare porta a porta. O tenere in cantina, una volta esauriti parenti e amici.

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